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Baracca e burattini
Data: 11/12/2015

L'editoriale dell'ultimo numero della rivista l'Artigianato.

Se volete prendervi la briga di cercare nel vocabolario della lingua italiana l’espressione chiudere baracca e burattini troverete che il significato è quello di “piantare in asso ogni cosa, abbandonare tutto, non volerne sapere più nulla”. Inoltre il vocabolario chiarisce che, derivando l’espressione dalla commedia dell’arte, il termine baracca va letto come “teatrino dei burattini” in cui il personaggio del servo semplice e goffo – impegnato a setacciare la farina con lo strumento chiamato buratto – assume, appunto, il nome di burattino.

La premessa è dovuta per poter mettere nero su bianco – ammesso interessi il lettore – la mia opinione sulla vicenda Mariani. La Mariani è un’azienda nata nel 1988 a Tiarno di Sopra, occupa oggi 150 persone (come riporta il sito internet dell’impresa), appartiene ad un gruppo bresciano con la casa-madre a Rezzato, ha rappresentato e rappresenta un importante riferimento economico per tutta la Valle di Ledro. In questi mesi, sui giornali e sulle televisioni locali, abbiamo assistito ad una successione di molte chiacchiere e di pochi fatti conclusasi non nel classico finale all’italiana, quello noto dei tarallucci e vino, ma piuttosto – con buona pace dell’autonomia – nel classico finale alla trentina, quello dello strudel e vinsanto. Che è poi la stessa cosa. Un tira e molla inutile quanto stucchevole avviato da una legittima richiesta dell’azienda che aveva necessità di nuovi spazi. E proseguito, a tappe forzate attraverso i media, con.. Il comune è disposto a concederli. Le aree individuate non sono adeguate. Intervenga Trentino Sviluppo, in caso contrario l’azienda chiude. La politica deve recitare la sua parte. Il progetto così non funziona. L’azienda molla tutto e va a Rezzato. Definitivamente, senza se e senza ma. Anzi no, si trasferisce a Rovereto. Va ad occupare la ex-Gallox più un altro pezzo di capannone. Se i lavoratori dell’azienda vogliono rimanere tali.. in Vallagarina, altrimenti a casa. L’azienda ipotizza nuovi investimenti e nuove assunzioni. La neonata realtà roveretana entusiasma. Proprietà, sindacati, politica… tutti soddisfatti, al momento. Un po’ meno i lavoratori. Mentre noi vecchi di caserma lasciamo la parola al tempo che, come recita il proverbio, è sempre galantuomo.

Per adesso, fine del tira e molla inutile e stucchevole. Che voglio definire tale poiché si tratta di un rituale già conosciuto, già visto, già vissuto negli anni. E proprio per tale motivo penso che nessuno di noi, nemmeno per un minuto, abbia immaginato la Mariani lontana dal Trentino. Al massimo lontana dalla Valle di Ledro. Non certo perché siamo indovini ma perché in Trentino funziona così, da sempre. È sufficiente che un’impresa importante – la Mariani, aldilà dei molti meriti, lo è anche per la collocazione geografica – faccia sentire la propria voce, faccia intendere che potrebbe lasciare il Trentino, faccia capire che è pronta a smagrire il numero dei suoi lavoratori perché si scateni il terrore nella politica e nel sindacato. E giù a discutere, a mediare, a trovare soluzioni per evitare il disastro. Con la vicenda che, da sempre, si conclude allo stesso modo: l’azienda ottiene ciò che vuole, la politica chiede a Trentino Sviluppo di aprire i cordoni della borsa con il denaro della comunità, l’imprenditore è serio in pubblico e sorridente in privato, il sindacato si auto-applaude per il salvataggio dei posti-lavoro (non contano i perduti in Valle, contano i guadagnati sull’asta dell’Adige), l’assessore provinciale all’economia annuncia urbi et orbi una nuova, grande, decisiva vittoria. Che, ancora una volta, pone il Trentino all’avanguardia in Italia per attrattività. Dimenticando il trascurabile particolare che le altre regioni italiane non hanno certo le nostre risorse economiche.

Insomma penso che la vicenda Mariani sia un’ulteriore riprova di come – direbbe Totò, tanto per restare nella commedia dell’arte – stiamo combinati. Da sempre c’è una politica forte con i deboli (le piccole imprese e le persone) e debole con i forti (le grandi imprese ed i gruppi di interesse). Da troppo tempo c’è una politica che, da una parte, è incapace di pensare e realizzare un modello economico fondato soprattutto sulla piccola-media impresa di territorio e, dall’altra, ripropone ogni volta lo stesso modello – vintage anni ’60 – che prevede di attrarre dall’esterno la cosiddetta grande impresa. Quella che non ha né appartenenza né interesse a radicarsi nel territorio. Quella che rimane, o se ne va, in funzione delle risorse economiche rimaste a sua disposizione. Quella che viene vista con favore da un sindacato – anche quello, malgrado qualche tentativo di modernità, vintage anni ’60 – che nel numero dei lavoratori immagina consenso, tessere, potere. Quella che prima chiama i lavoratori il nostro capitale sociale e poi li utilizza quale arma per ottenere aiuto, agevolazione, credito, lease-back. Quella che non solo usa ed abusa, anche alla prima difficoltà, della cassa integrazione e che alla richiesta di sostegno pubblico fa seguire, puntualmente, l’impegno di mantenere o addirittura aumentare l’occupazione. Ma che, una volta soddisfatta la richiesta, con le più svariate motivazioni, puntualmente disattende le promesse.

Per chiudere, richiamando le righe iniziali, la Valle di Ledro tra poco, dunque, vedrà chiudere baracca e burattini. Destinazione asta dell’Adige. Ma, mentre abbiamo la ragionevole certezza di dove finirà la baracca, rimane in testa il fondato dubbio che i burattini – sempre nell’accezione della premessa – continuino indisturbati a fare bella mostra di sé su tutto il territorio provinciale..

Roberto De Laurentis- Presidente Associazione Artigiani di Trento

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