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Non solo d’estate, le bufale ci accompagnano sempre
Data: 07/09/2015

L'editoriale dell'ultimo numero della rivista l'Artigianato.

Il Natale quando arriva, arriva.” Questa è la frase pronunciata da Renato Pozzetto in uno spot pubblicitario, trasmesso nel periodo delle festività natalizie, per celebrare ed esaltare non tanto la bontà della ricorrenza cristiana quanto quella di un panettone prodotto da una nota marca alimentare. Una frase spiritosa in uno spot pubblicitario, sempre uguale da diversi anni, che almeno una volta abbiamo visto alla televisione o ascoltato alla radio. Da qualche tempo ritengo che assolva alla stessa funzione anche la frase “il Ferragosto quando arriva, arriva.” Stavolta, però, non c’è né un comico a pronunciarla né un panettone da vendere a qualcuno. Più semplicemente, in questa stagione, si tratta di vendere ad un’opinione pubblica assopita nelle ferie la solita bufala – non nell’accezione di “mozzarella” – ferragostana. A cui tuttavia – complice l’abbondanza di molto gossip abbinata alla mancanza di notizie vere – danno ampio spazio le televisioni, le radio, i giornali. E la frase magica rilanciata dai media, la parola d’ordine generalizzata, il mantra che si ripete in questo caldo agosto diventa “c’è la ripresa!”. Affermazione peraltro poco originale – ciclicamente ripetuta dal 2008, con nessuna fortuna e totale insuccesso – da grandi economisti (abituati da tempo a non azzeccarne una), da affermati tuttologi (disposti a correre sempre in soccorso dell’uomo forte al comando), da ormai screditati (chissà perché?) politici.

Ma se a Ferragosto 2014 poteva avere un qualche senso amplificare i primi deboli ed incerti segnali di cambiamento a sostegno del governo Renzi – nominato da pochi mesi, in odore di rivoluzione politica, vincitore delle elezioni europee di maggio – annunciare oggi la crescita e la ripartenza del cosiddetto sistema Italia è, a mio parere, un’autentica sciocchezza. Dettata o
dall’appartenenza politica o dalla malafede o dall’ignoranza, nel senso di non-conoscenza. E provo a sintetizzare il perché, in tre pensieri.

Il primo. Lasciare nelle tasche dei lavoratori gli 80 euro renziani/mese – quasi mille/anno – per rilanciare i consumi non ha prodotto alcun risultato poiché, allo stesso tempo, si è continuato
ad aumentare la pressione fiscale. Arrivata secondo l’ISTAT al 44,5% che per l’imprenditore, nel versare le quote inerenti ai contributi, sale quasi al 70%. Impossibile quindi, senza marginalità, spendere oppure investire. Il secondo. Dare un nuovo assetto al Senato per contenere i costi della politica è una operazione buona forse per l’immagine ma che non tocca la macchina pubblica, che va ad incidere su un costo minimo, che non genera valore aggiunto, che trascina il dibattito lontano dai problemi reali dell’Italia. Quelli di una burocrazia pesante, ottusa ed invadente, nemica del cittadino e dell’impresa. Di un sindacato vetusto ed immobile, pietrificato nei rituali ed incapace di cambiamento, vicino al dipendente pubblico e al pensionato ma lontano, ogni giorno di più, dal lavoratore e dall’impresa. Come i casi Fiat, Electrolux ed altri ancora insegnano. Di un fisco invadente, irrispettoso ed avido, costretto a raschiare il fondo del barile, sia del cittadino sia dell’impresa, per alimentare una macchina pubblica oggi enorme, inefficiente, insaziabile. Della mancanza di un senso di appartenenza, laddove ognuno pensa solo a se stesso e non si sente affatto dentro un popolo. Del problema dei problemi, il lavoro. Che non c’è, né per i giovani né per i meno giovani e che, quando c’è, ha un costo altissimo capace di demotivare e frenare l’impresa. Alla quale il mitizzato Jobs Act fornisce norme e contributi, non potendo generare lavoro e con la certezza che non sono mai le leggi a creare i posti-lavoro ma le richieste dei mercati e la voglia di crescita dell’impresa. Da ultimo, i troppi annunci di cose molto difficili e lente da realizzare: dalla riforma della Pubblica Amministrazione (chi taglierà burocrazia, inefficienza, posto di lavoro garantito, tutelato, protetto, sindacalizzato quando a votare sono tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici?) per finire alla Riforma Fiscale (chi riuscirà ad abbassare le tasse senza aver prima contenuto e tagliato il costo della macchina pubblica?).

Mi fermo qui. E se questa è l’Italia, non molto diversa è la situazione nella nostra provincia. Con il saldo negativo di 1480 tra entrati-usciti dal mondo del lavoro mentre quello nazionale è negativo di sessantamila, a fine giugno. Con i giornali che dicono di posti di lavoro sempre più incerti dalla Marangoni alla Malgara, dalla Marsilli alla Pama e l’elenco non finisce qui.
Con imprese che hanno già bruciato ingenti risorse pubbliche e che oggi alzano ulteriormente il prezzo con la minaccia di andarsene dal territorio. Con le ventimila persone, parcheggiate
negli ammortizzatori sociali di competenza provinciale, che fanno ricordare il premio Nobel per l’economia Milton Friedman “se tu paghi la gente quando non lavora e la tassi quando lavora, non essere sorpreso se produci disoccupazione”.

Il tutto mentre l’argomento “duro” trentino sembrano essere i corsi scolastici sul “gender”. Un po’ come se, a bordo del Titanic, il problema vero fosse il colore della nave. Per rimanere in tema, probabilmente toccherà ancora una volta a noi piccole imprese – o, se preferite, piccole scialuppe di salvataggio – portare in salvo la comunità trentina. Con il nostro impegno, la nostra fatica, la nostra capacità, la nostra passione, la nostra pazienza. Anche nel sopportare la solita bufala di Ferragosto..

Roberto De Laurentis - Presidente Associazione Artigiani di Trento.

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