22/05/2026
Festival dell’Economia 2026, “Attrarre, crescere, trattenere: l’artigianato e la sfida dei giovani. Nuove generazioni, nuove imprese: come essere attrattivi”
Il panel del Gruppo Giovani Imprenditori Artigiani
Ieri nella sede della Camera di Commercio di Trento, in occasione della ventunesima edizione del Festival dell’Economia di Trento si è svolto il panel “Attrarre, crescere, trattenere: l’artigianato e la sfida dei giovani. Nuove generazioni, nuove imprese: come essere attrattivi”.
A moderare il confronto è stato Andrea Navarini, presidente del Gruppo Giovani Imprenditori Artigiani di Confartigianato Trentino, che ha dialogato con Luca Paolazzi, Advisor di Caresio Investors, e con l’imprenditrice artigiana Francesca Di Done.
Il vuoto comunicativo dell’artigianato
Il presidente dei giovani ha osservato come il mondo abbia attraversato grandi trasformazioni valoriali, sociali e politiche, cambiamenti che si riflettono inevitabilmente anche nelle imprese. Molte professioni ad alta intensità manuale, ha aggiunto, hanno subito una forte svalutazione culturale che ha allontanato prima le famiglie e di conseguenza anche i ragazzi dalla maggior parte dei settori artigianali.
Oggi l’artigianato evoca pazienza, gesti tramandati, un saper fare che sembra quasi lontano e in contrapposizione con l’idea dei giovani che invece evocano mobilità e digitale, quasi come se essere artigiani e fare piccola impresa non prevedesse sviluppare soft skills, avere a che fare con le ultime tecnologie, con mercati internazionali e con innovazioni di prodotto. Ci si dimentica un po’ di quanto la figura dell’artigiano e dell’imprenditore oggi sia trasversale.
Il saper fare non è più il massimo a cui possiamo ambire, ma la base da cui sviluppare le nostre professioni e questo forse è anche un po’ colpa nostra perché abbiamo lasciato un vuoto comunicativo che ha lasciato che fossero gli stereotipi a definire quelle che sono la maggior parte delle nostre professioni invece di essere noi a far capire esattamente chi siamo e cosa facciamo. Non lo abbiamo raccontato ai giovani, per una fase non lo abbiamo raccontato nelle scuole, sui social e nel marketing. Quindi forse il problema non è che i giovani non vogliano fare impresa, non vogliano restare sul territorio e fare artigianato o lavori manuali, magari è che questi mestieri proprio non li conoscono.
Andrea Navarini

I numeri della “glaciazione demografica”
Luca Paolazzi, coordinatore del gruppo CNEL sull’attrattività dell’Italia per i giovani, ha portato al tavolo dati che fotografano una tendenza strutturale difficile da ignorare. Nel 1994 giovani italiani tra i 18 e i 34 anni erano 15,2 milioni; nel 2024 sono scesi a circa 10,4 milioni, di cui quasi 2 milioni arrivati dall’estero e in seguito hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Un calo che non si fermerà, prevede Paolazzi: entro il 2040 si stimano altri 1,8 milioni di giovani in meno.

Luca Paolazzi, Francesca Di Done e Andrea Navarini
Rispetto agli altri paesi avanzati, l’Italia vede andare via tanti giovani. La nostra percezione demografica è aggravata dal fatto che tra il 2011 e il 2024 sono andati via 441mila giovani al netto di quelli che sono tornati con un rapporto tra partenze e rientri di 9 a 1. Il fatto che la metà siano donne è dovuta alla disparità di genere che soffrono in questo paese. Più sono istruite più vanno via perché più è difficile per loro in quanto donne vedere riconosciuto il loro valore di persone istruite. Ad andare via sono più le laureate che i laureati.
«Questo dimostra che abbiamo difficoltà a capire che mondo vogliono i giovani», ha osservato Paolazzi. «In altri paesi sono considerati risorse. Da noi invece prevale ancora l’idea della gavetta. Perché se ne stanno andando? Il nostro è un paese che si è sviluppato dopo gli altri e ancora non abbiamo fatto un salto culturale nel modo di concepire il lavoro. I giovani chiedono meritocrazia e ambienti di lavoro tranquilli in cui imparare cose nuove e crescere».
La voce dell’imprenditoria artigiana
Su questo punto è intervenuta anche Francesca Di Done, che ha raccontato la sua esperienza di imprenditrice in prima persona. «Una donna deve dimostrare il doppio. Io sono nata come artigiana, mi ci sento e vorrò esserlo per sempre». Nella sua azienda di illuminazione Paulicelli, la risposta è concreta: una produzione a composizione totalmente femminile, con 30 collaboratrici di età differenti.
Di Done ha anche riflettuto su come stia cambiando il rapporto tra giovani e lavoro: «Oggi sono le persone a scegliere l’azienda, non il contrario. La parte economica non basta più». La sua scommessa è sulla tradizione come leva di senso e di comunicazione: «Grazie al mio lavoro ho capito che nelle vite delle persone serviva la tradizione. E questo messaggio lo abbiamo portato sui social e lo raccontiamo ogni giorno, mostrando cosa facciamo sui social».
Un messaggio che si intreccia con quello iniziale del nostro presidente Andrea Navarini: il futuro dell’artigianato passa anche e soprattutto dalla capacità di sapersi raccontare.
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